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indice di felicità planetaria

box-foglie_blu40px HPI, ovvero Happy Planet Index
Ormai è risaputo che se aumenta il PIL (Prodotto Interno Lordo) non è automatico che lo faccia anche la qualità della nostra vita. In effetti, se acquisto degli psicofarmaci perché sono depresso, se installo un allarme   in casa mia perché non  mi sento sicuro, se il mio paese esporta armi per milioni di euro o se sono imbottigliato per ore nel traffico respirando gas di scarico e consumando più carburante, il PIL cresce, ma sicuramente questo non può essere un valido metro di misura della mia felicità.

La New Economics Foundation (NEF) di Londra ha realizzato nel 2009 il rapporto Happy Planet Index, ovvero l’indice di felicità planetaria. Questo indice, piuttosto che misurare la crescita o meno del PIL, si focalizza sulle aspettative di vita, la felicità individuale e l’impatto ambientale. In altre parole, l’HPI stabilisce l’efficienza con la quale i vari paesi convertono le risorse naturali del pianeta in durata e felicità delle vite dei loro cittadini. Per calcolare questo indice si analizzano 4 componenti:

1. La soddisfazione di vita, che descrive tramite dei sondaggi quanto gli abitanti di una nazione sono soddisfatti o meno della propria esistenza;

2. L’aspettativa di vita, cioè il numero medio di anni che una persona può aspettarsi di vivere;

3. Il fattore Happy Life Years, un’invenzione del sociologo olandese Ruut Veenhoven che, combinando i due dati precedenti, unisce elementi soggettivi e oggettivi riguardanti la percezione del benessere;

4. L’impronta ecologica, indice statistico introdotto nel 1996 da Mathis Wackernagel e William Rees, dato dalla relazione tra il consumo umano di risorse naturali e la capacità della terra di rigenerarle.

I paesi presi in considerazione sono stati 143, nei quali risiede il 99% della popolazione mondiale, e i risultati sono stati sorprendenti: tra le prime dieci nazioni della classifica ben nove sono situate in America Latina, mentre non ne compare nessuna ricca e fortemente industrializzata. Al 1° posto si piazza il Costa Rica, poi la Repubblica Dominicana e quindi la Giamaica. La 1° posizione relativa a benessere e sostenibilità ambientale fra tutte le nazioni del cosiddetto “mondo sviluppato” è andata ai Paesi Bassi, comunque al 43° posto nella graduatoria mondiale. L’Italia è 69°, ma vanno peggio la Francia (71°) e la Gran Bretagna (74°): a “tirare giù” il punteggio dell’Italia è soprattutto il valore della componente “soddisfazione di vita”. Stanno, a sorpresa, ben peggio i ricchissimi Stati Uniti, al 114° posto, ma anche le emergenti Cina e India non sono al top della classifica, con un 20° e 35° posto rispettivamente. Al fondo della classifica – e questo invece purtroppo non sorprende – gli stati dell’Africa sub sahariana, con lo Zimbabwe per ultimo, quale nazione più infelice del mondo.

L’HPI ha un approccio realistico con queste tematiche, poiché non parla di paradisi caraibici in cui tutti sono felici e spensierati. Consapevole delle enormi disparità sociali presenti in quei paesi, testimone della miseria di alcune favelas nelle periferie delle grandi città, ha semplicemente eseguito dei sondaggi che rivelano come il trucco non sia ballare la salsa o bere cocktail con ombrellini colorati su spiagge bianche, ma avere un rapporto “giusto” con il proprio territorio, valorizzare la sfera sociale, la famiglia e i parenti, avere un forte senso di appartenenza alla comunità, avere un bisogno ridotto di denaro e di consumo delle risorse.
Il rapporto completo è scaricabile dal sito www.happyplanetindex.org



 
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