Creiamo i monasteri del III millennio

Il ruolo dell’Uomo, dell’importanza dell’amicizia e delle relazioni e dell’opportunità di aggregarsi per ridare qualità alla vita. 

Intervista a Renzo Dutto, esperto di sociologia, studia le relazioni tra gli uomini come elemento per raggiungere la pace e la giustizia, specie nei rapporti nord-sud del mondo. È tra i fondatori della Comunità di Mambre.

D. La parola che hai donato per il Dizionario PasParTu è stata Uomo, spiegando: rimettere in discussione un modello che crea ingiustizie perché ha distrutto l’Uomo. In che senso?
R. Nel corso dei secoli è prevalso un certo modello di Uomo, che per certi aspetti era buono: un Uomo capace di lavorare, ma anche di contemplare. Sogno sovente questa armonia, di un Uomo che abbia tempo per studiare, per leggere, per accogliere, per contemplare. Poi è successo che l’Homo Faber ha prevalso, soprattutto a partire dalla rivoluzione industriale. Cioè da un certo momento l’uomo è stato asservito quasi completamente alle logiche della produzione e oggi, peggio ancora, alle logiche generali dell’economia. L’Uomo è diventato particella di un ingranaggio dove diventa una cosa. Credo che la grande rivoluzione del futuro sia ripensare un Uomo che non debba solo produrre, ma abbia tempo per la sua crescita umana. Credo sempre di più che ciò che manca al nostro tempo sia l’amore, la relazione; Aristotele lo diceva: “Chi non si sente amato ha bisogno di essere ammirato”. Tanta violenza deriva da una sfiducia radicale nella vita. L’uomo che ha smarrito tutto si attacca al denaro, si attacca al successo. Però questa rabbia che c’è e che viene indirizzata su capri espiatori in fondo è un’insoddisfazione interiore, e, se ben canalizzata, può far prendere coscienza che tutto questo benessere non ci ha portato da nessuna parte, anzi ha finito per far perdere ciò che è fondamentalmente più umano, cioè i rapporti, l’amicizia, le relazioni. 

D. Quindi secondo te un miglioramento può venire da condivisioni, non solo di relazioni, ma anche di azioni, beni, servizi?
R. Io sogno così il futuro: aggregazioni, che possono essere comunità, anche di buon vicinato, gruppi che spartiscono delle forti relazioni umane e al contempo spartiscono dei beni: Monasteri del III millennio.

D. Cosa intendi per Monasteri del III millennio?
R. Una visione di Maurizio Pallante, un concetto affascinante che ho ritradotto così: luoghi di aggregazione  che riescano a conciliare più aspetti della vita, in cui si produce, si scambia, si accoglie, si entra in relazione. Monastero può essere un termine fuorviante, ma erano unità fortissime: produttive, di accoglienza e di sviluppo di una civiltà di rottura rispetto all’esistente. Ho capito questo negli ultimi anni della mia vita: bisogna fare cose in cui non si parla solo alla testa, ma dove c’è un cuore, dove ti puoi confidare. Oggi gli obiettivi di gruppi, enti e associazioni sono molto pratici e precisi e non coinvolgono tutta la persona. Sogno spazi, tutti da inventare. Ripensare al monasteri come modello, luoghi in cui concili la tua parte di contemplazione e di sosta, la tua parte di studio, la tua parte di lavoro, anche lavori diversissimi: non sarebbe bello? Forse sarà anche una questione economica: perché lavorare tante ore per avere tante cose? Non si può lavorare meno e alcuni oggetti li utilizziamo insieme? Io credo che sia tutto da inventare: la solidarietà, la relazione umana diventerà fondamentale da un punto di vista sociale ed economico, proprio per riandare a quella qualità di vita che abbiamo perso.

D. Qualità di vita che abbiamo perso o qualità di vita da riformulare con un differente approccio culturale rispetto al passato?
R. Correzione perfetta. Non è una qualità di vita che abbiamo perso, in effetti va ripensata. Non ritorniamo indietro, non dico no alla tecnologia se la tecnologia ci libera. Oggi saremmo, secondo molti studiosi, in un tempo in cui potremmo lavorare tutti e lavorare meno, basterebbe distribuire le risorse e non sprecarle in ciò che non serve o distrugge. Bisogna ripensare un modello diverso, recuperando le cose belle che ci sono già state nel passato, per esempio una maggiore collaborazione. Il grande cambiamento è espresso bene da Baumann quando parla di società liquida. La società liquida ha dato l’impressione di essere indipendenti, ha voluto dire che l’individuo si è sentito padrone di tutto, non ha più bisogno degli altri. L’aspetto più importante, che era la relazione, non c’è più.

D. Può anche essere conseguenza della mancanza di fiducia?
R. Esattamente. Noi abbiamo paura dell’altro. Hai paura che l’altro ti tradisca. Cresce l’individualismo perché ti metti una corazza e cerchi di difenderti sempre: ti difendi da che cosa? Dall’angoscia, fondamentalmente. In una società in cui devi essere sempre forte e vincente, fai fatica a dire all’altro le tue debolezze, le tue fatiche: non lo puoi dire, devi essere il primo, devi vincere, nella grande politica, ma anche nella piccola realtà..

D. È uscito da poco l’amaro rapporto OXFAM: non sarebbe bello riuscire a fare un rapporto basato su altri parametri?
R. Sarebbe straordinario, anche se l’aspetto messo in evidenza dal rapporto rimane fortemente drammatico. Qui c’è un elemento di analisi fortemente politico e sociale: la presa di potere delle destre, a partire da Reagan e Thatcher, che ha portato alla vittoria della politica neoliberista, con i perversi aggiustamenti strutturali negli stati più poveri del mondo, e all’idea che si debbano abolire le tasse perché ci sia la crescita. Credo che ognuno debba pagare in base a quanto guadagna: lo scandalo è nella non distribuzione del reddito. Tuttavia è importante cercare di riesaminare il concetto di P.I.L., un concetto molto, molto ambiguo, prendendo in considerazione anche la qualità della vita, la salute ambientale, la situazione sanitaria, quella scolastica. Sicuramente potrebbe aiutare molto a cambiare perché evidenzierebbe che la felicità non è data dal denaro e dalle cose, ma è data da altri aspetti. Purtroppo oggi non sento nessun ambiente politico italiano o europeo che parli seriamente di un’altra visione del P.I.L..

D. C’è una domanda che non ti abbiamo fatto e che avresti voluto ti facessimo?
R. Non lo so. Abbiamo sollevato temi così grandi, che da una parte sembrano infiniti, ma che nel dialogo si semplificano e si approfondiscono. Ecco perché non bisogna mai aver paura del confronto. Un confronto rispettoso dell’altro, ma anche forte, emozionante e sincero. Il dialogo aiuta ad approfondire il nostro pensiero. La dialettica è importantissima.